comunicato della rete 194 sulla sentenza della Corte Costituzionale

La rete 194 di Genova esprime grande soddisfazione per la sentenza della Corte Costituzionale che ieri ha dichiarato inammissibile la questione di legittimità costituzionale dell’art 4 della Legge 194/1978 sollevata dal giudice di Spoleto a gennaio di quest’anno in merito alla richiesta di una ragazza minorenne di poter interrompere la gravidanza senza farlo sapere ai genitori.
La Legge 194 continua ha essere costantemente sotto attacco , fuori e dentro il Parlamento, nonostante sia una buona legge che garantisce alle donne di non dover più morire di aborto o rovinarsi la salute nelle mani delle mammane, ma certamente , ad oltre 30 anni dalla sua entrata in vigore, deve essere ancora applicata completamente sostenendo i consultori, facendo educazione alla contraccezione e garantendone l’applicazione in tutte le strutture ospedaliere del territorio nazionale.
L’aumento del numero dei medici ginecologi obiettori di coscienza sta invece drammaticamente impedendo a molte donne in diverse strutture ospedaliere del paese di poter ricorrere all’IVG come garantito da una legge dello Stato.
Pertanto la rete 194 prosegue il proprio impegno in difesa di questa legge e per la sua piena applicazione continuando il monitoraggio in tutte le strutture ospedaliere della Liguria e, come già annunciato, si attiverà nei prossimi mesi affinché le donne possano conoscere le scelte relative all’obiezione di coscienza del loro ginecologo o della loro ginecologa, per decidere, anche su questa base, a chi affidarsi
rete 194

sulla sentenza, 21 giugno

194 21 giu

aborto 21 giu

consulta 21 giu

La Repubblica 21 giu

Quel numero che non va giù

 E’ un numero, il 194, quello che in Italia definisce una delle leggi più in bilico tra tutte quelle che i movimenti delle donne hanno conquistato: la legge che regolamenta l’interruzione di gravidanza.

Il verbo più di frequente usato dalle femministe nei confronti del provvedimento non a caso è: ‘difendiamo’.

Sì, perché da quando, il 22 maggio del 1978 la legge è stata promulgata è iniziato, senza mai finire, un calvario che ha visto susseguirsi decenni di attacchi, diretti o trasversali, alla possibilità delle donne italiane di autodeterminarsi in materia di maternità e non maternità. Quindi di attacchi ad una legge che, per quanto di certo perfettibile, in molti paesi ci invidiano.

Prima del 1978 in Italia, (come oggi ancora in Europa accade alle donne irlandesi, per esempio), era proibito abortire. Si andava in galera, sia la donna che il personale medico coinvolto, se non si moriva per setticemia, procurata da rimedi casalinghi per indurre una reazione di espulsione del feto dall’utero: spilloni da calza, intrugli di prezzemolo, altri metodi allucinanti e pericolosi dei quali è meglio tacere.

Prima del 1978 le più fortunate e informate si potevano rivolgere ai centri di assistenza organizzati dai primi gruppi femministi e dagli attiviste e attivisti del partito radicale, che allora pianificavano viaggi all’estero per portare le donne a interrompere la gravidanza oltralpe, principalmente in Inghilterra, dove invece abortire era possibile.

Un vecchio adagio femminista recita che “se l’aborto riguardasse i maschi sarebbe un sacramento”. Ciò che è certo è che da quando c’è la legge in Italia è tutto un affannarsi, da parte delle destre e dei cattolici integralisti, nel difendere la vita, riferendosi ovviamente a quella di chi ancora non è nato, mentre la vita dalla quale si nasce vale molto di meno, e soprattutto può tranquillamente passare in secondo piano.

L’aberrazione di questa visione, che di fatto vorrebbe relegare il corpo femminile ad una mera condizione di contenitore biologico per la riproduzione, si è spinta di recente anche a questo: un gruppo di cattedratici delle Università romane ha sostenuto che è dovere del medico rianimare i feti anche se frutto di aborto volontario, e quindi anche contro il volere della donna. Il pronunciamento è uscito sulla stampa nazionale nel febbraio del 2010, e ha seguito di poco altri gesti, come i funerali ai feti, l’accusa di omicidio pronunciata dal giornalista e aspirante parlamentare Giuliano Ferrara contro le donne che scelgono di abortire, passando al mai smentito anatema di peccatrici lanciato dalla Chiesa. Eppure la legge 194 non è certo una legge permissiva, e soprattutto non ha nulla di simile a quell’orizzonte progettato dai radicali negli anni ’70, secondo i quali l’ideale sarebbe stata la pura e semplice depenalizzazione. I movimenti delle donne non hanno mai chiesto leggi escludenti, né per la regolamentazione dell’interruzione della gravidanza, né per la procreazione assistita. Il principio è sempre stato quello di permettere, laddove ce ne fosse il bisogno, che il soggetto femminile potesse accedere a dei servizi.L’amore si fa in due, ma fin qui nella maggioranza dei casi è solo la donna a dover medicalizzare la sua potenzialità riproduttiva.

In attesa di una rivoluzione che veda anche l’altra metà della popolazione (quella maschile) assumere la sua parte di responsabilità nella sfera sessuale è troppo chiedere che,  in caso di esiti non previsti,  non si debba anche ricorrere alla morte o a pesanti operazioni, ma preferire per esempio la pillola del giorno dopo? La stessa legge 194 (articolo 15)  prescrive che si continuino a cercare le soluzioni migliori perché l’aborto sia il meno possibile.

La legge indica con precisione un percorso netto, alla fine del quale è la donna comunque a prendere la decisione, e l’ultima parola è la sua, anche se nel tragitto le si affiancano altre figure. Ma nemmeno questo sembra essere sufficiente, per chi ritiene che le donne siano cittadine adulte di dubbia responsabilità: per quei cattedratici romani, infatti, prima viene sempre e comunque la vita di qualcun altro, anche se quella donna madre non vuole essere, almeno in quel momento. E, come è chiaro anche dagli ultimi sviluppi, c’è da giurare che non sia finita qui.

 di Monica Lanfranco

legge 194 sempre sotto attacco

In parlamento non hanno altro da fare, se non le crociate contro la 194. Se potessero voterebbero per l’obiezione di coscienza come sacramento. E noi non votiamoli!

aborto 1 giu 2012

 

La Binetti pensa alla salute delle donne?

Un farmaco che potrebbe essere usato come pillola abortiva? Il problema non è la salute delle donne, ma mostrare le donne come irresponsabili se si trovano nella condizione di fare ricorso a questi mezzi: non sarà perché esiste una campagna nazionale e una cultura ancora dominante che colpevolizza le donne che intendono interrompere la gravidanza?

aborto 8 marzo 2012