ru486: il governo fa pressione sull’AIFA

Mentre la relazione annuale del Ministero della Salute conferma che in Italia il ricorso alla interruzione di gravidanza è in calo costante, che i tassi di abortività sono inferiori rispetto agli altri paesi europei, e che pertanto non si può parlare di IVG come metodo contraccettivo, il nostro governo continua a fare ostacolo alla pillola abortiva RU486. Riportiamo un articolo da La Repubblica

 sottosegretario Roccella: “Nel mondo 29 vittime dal 1988”

Ru486, il fronte del no all’attacco
“È pericolosa, l’ok non è scontato”

di MICHELE BOCCI

 ROMA – Oggi è il giorno della decisione sulla Ru486 e il fuoco di sbarramento degli avversari della pillola abortiva si fa sempre più intenso. Morti provocate dal farmaco, dubbi sulle procedure, dati incompleti. Si usano tutte le argomentazioni possibili perché l’Aifa rifiuti o rinvii la registrazione. Anche se nell’occhio del ciclone, all’Agenzia italiana del farmaco si dicono tranquilli e pronti a prendere la decisione giusta.

“Personalmente sono molto perplessa sull’utilizzo della pillola abortiva Ru486, poiché penso che persistano delle zone d’ombra sulla sicurezza di questo farmaco. Dall’88 sarebbero 29 le morti tra donne in vari paesi a causa sua, ma il dato non è nei verbali del Comitato tecnico dell’Aifa”, ha detto il sottosegretario alla Salute Eugenia Roccella a margine della presentazione della Relazione annuale sulla legge 194. “L’ok dell’Agenzia per il farmaco non è scontato”, aggiunge. Luca Volontè del’Udc definisce la Ru486 “pillola assassina” e invita l’Aifa a pubblicare il dossier sulle conseguenze che può provocare. Mentre il movimento Scienza & Vita elenca gli argomenti del fronte del no: “Considerevole numero di donne decedute dopo aborto chimico con la Ru486, imprecisata incidenza delle infezioni gravi, privatizzazione dell’aborto e solitudine delle donne, incongruenza con l’applicazione della Legge 194. Questi solo alcuni degli aspetti che devono scongiurare l’approvazione della pillola abortiva da parte dell’Aifa”.

I colpi di chi non vuole la pillola in Italia paiono non turbare l’Agenzia italiana per il farmaco. “Siamo tranquilli, non ci faremo condizionare e prenderemo serenamente le nostre decisioni”. A parlare è Guido Rasi, direttore generale dell’Aifa, che oggi pomeriggio parteciperà alla riunione decisiva del Cda (anche se non ne è membro e non potrà votare). “Ognuno è libero di dire ciò che vuole – prosegue Rasi – Spesso sui farmaci si aprono dibattiti, come è giusto che sia poiché si tratta di prodotti che hanno a che fare con la nostra salute, ma noi siamo tecnici e prenderemo la decisione giusta”.
Da sempre Roccella è tra i principi avversari della Ru486. Ieri il sottosegretario ha detto che non esiste una rilevazione statistica sulle esperienze fatte fino ad oggi dalla Regioni italiane che hanno usato la pillola. “La situazione si presenta a macchia di leopardo. Ad esempio il protocollo adottato dall’Emilia Romagna prevede tre giorni di ricovero in day hospital, ma due pareri del Consiglio superiore di sanità dicono che c’è parità di rischio tra aborto farmacologico e chirurgico solo se l’aborto farmacologico viene completato in ospedale”.

Le risponde l’ex ministro della Sanità Livia Turco del Pd: “Ancora una volta dobbiamo ricordare al sottosegretario che i temi come quello della Ru486 non sono temi da crociata ideologica. La validità di un farmaco è stabilita da organismi tecnici a ciò deputati e non da un sottosegretario”. Il capogruppo del Pd al Senato, Dorina Bianchi, avverte: “Siamo certi che l’Aifa darà un parere scevro da condizionamenti e attento soprattutto alla sicurezza delle donne, tuttavia bisognerebbe evitare che con il via libera per l’inserimento della pillola Ru486 nel prontuario farmaceutico passi solo il messaggio che abortire è diventato più facile”.

Francesca Martini, sottosegretario al Welfare, ieri ha sottolineato che la pillola “non dà garanzia di espulsione completa della camera gestazionale. Non è uno scherzo, non è un gioco. Non è automedicazione. E anche se evita l’intervento chirurgico, senza dubbio non evita il dolore. Non si tratta di dire Ru486 si o no: bisogna dire che non è la pillola dei miracoli”. L’ultima parola, oggi, al Cda dell’Aifa.

relazione annuale su IVG in Italia

DAL SITO DEL MINISTERO DELLA SALUTE

Relazione annuale sull’interruzione volontaria di gravidanza

Confermata la tendenza storica alla diminuzione dell’Interruzione Volontaria di Gravidanza (IVG) in Italia: nel 2008 sono state effettuate 121.406 IVG (di cui circa 80 mila tra donne italiane), con un decremento del 4,1% rispetto al dato definitivo del 2007 (126.562 casi) e un decremento del 48,3% rispetto al 1982, anno in cui si è registrato il più alto ricorso all’IVG (234.801 casi). Questi alcuni dati della Relazione al Parlamento 2009 sull’IVG illustrata dal sottosegratario al Welfare, Eugenia Roccella. “Gli aborti in Italia continuano a diminuire, segno che la 194 funziona e quindi non c’è bisogno di modifiche legislative, anche se si deve sviluppare la parte dedicata alla prevenzione – spiega il sottosegretario – I tempi di attesa per l’IVG, inoltre, si sono ridotti ed il 58% delle donne che abortisce lo fa entro 14 giorni dal rilascio del certificato; questo vuol dire che il servizio nelle strutture pubbliche viene garantito”. La tendenza alla diminuzione dell’IVG diventa ancor più evidente se si scorporano i dati relativi alle donne italiane rispetto a quelli delle straniere. Le cittadine straniere, oltre a presentare un tasso di abortività, peraltro diverso per nazionalità, stimato 3-4 volte maggiore di quanto attualmente risulta tra le italiane, hanno una diversa composizione socio-demografica, che muta nel tempo a seconda del peso delle diverse nazionalità, delle culture di provenienza, e dei differenti approcci alla contraccezione e all’IVG nei paesi di origine. Il costante aumento degli aborti effettuati da donne straniere è dovuto anche al costante aumento della loro presenza nel Paese. Aumentano inoltre i ginecologi obiettori di coscienza, passando dal 58,7% del 2005 al 69,2% del 2006 fino a 70,5% del 2007. Percentuali superiori all’80% si osservano nel Lazio (85,6%) in Basilicata (84,1%) e in Campania (83,9%). La quasi totalità degli interventi avviene in day hospital con degenze inferiori ad 1 giorno (91.2% dei casi) e l’isterosuzione rappresenta la tecnica più utilizzata (86.2%), comportando rischi minori di complicanze per la salute della donna. Confronto tra Italia e altri Paesi europei Il panorama dei comportamenti relativi alla procreazione responsabile e all’IVG in Italia presenta sostanziali differenze da quelli di altri paesi occidentali e in particolare europei, nei quali l’aborto è stato legalizzato. Siamo in un paese a bassa natalità ma anche basso ricorso all’IVG – dunque l’aborto non è utilizzato come metodo contraccettivo – e insieme un paese con limitata diffusione della contraccezione chimica. Altri paesi (come Francia, Gran Bretagna e Svezia, ad es.) hanno tassi di abortività più elevati a fronte di una contraccezione chimica più diffusa, e di un’attenzione accentuata verso l’educazione alla procreazione responsabile. In generale, il tasso di abortività sembra collegarsi non soltanto ai classici fattori di prevenzione (educazione sessuale scolastica, educazione alla procreazione responsabile, diffusione dei metodi anticoncezionali, facilità di accesso alla contraccezione di emergenza), ma anche a fattori culturali più ampi, in parte da indagare, e che bisognerà mettere meglio a fuoco.

Redazione Ministerosalute.it – 29 luglio 2009

 

 

 

sulla moratoria dell’aborto

Per la vita, ma contro le donne

di Monica Lanfranco

L’Armata Bianca esulterà. Uno degli obiettivi di questo potente movimento ecclesiale, fondato nel 1973 dal cappuccino Padre Andrea D’Ascanio, braccio destro di Padre Pio, è da sempre la lotta contro quello che nel sito del movimento dal nome così pacifico, alla voce ‘vita’, è definito come ‘il più grande distruttore di pace nel mondo: l’aborto’. Non la guerra, non la violenza contro le donne e l’infanzia, non la fame e l’ingiustizia sociale: l’interruzione di gravidanza è il nemico da combattere, nemico che le donne conoscono purtroppo come ultima ratio al fallimento della contraccezione, e che comunque passa sempre dal loro corpo in modo più o meno invasivo e doloroso, a seconda del livello di civiltà delle comunità dove esse si trovano. L’esultanza deve essere molta, dopo l’approvazione alla Camera della mozione Buttiglione sulla moratoria internazionale dell’aborto come mezzo per limitare le nascite. Il testo, impregnato di retorica pro life, impegna il governo italiano a sostenere una risoluzione delle Nazioni Unite ‘che condanni l’uso dell’aborto come strumento di controllo demografico ed affermi il diritto di ogni donna a non essere costretta o indotta ad abortire’. Stesso procedimento, con solerzia impressionante, è già stato avviato dall’Udc al Parlamento europeo. Esplicito nell’intento Buttiglione, che ha dichiarato: ”Siamo tutti d’accordo che l’aborto è comunque un male, ma ci dividiamo sempre tra chi è per la vita e chi è per la scelta. E’ ora di contrastare tutti insieme chi nel mondo è sia contro la vita sia contro la scelta”. Almeno, se c’erano dei dubbi, ora sono fugati. La scelta di interrompere una gravidanza, ovvero il principio di autodeterminazione femminile in tema di riproduzione, che in Italia non obbliga affatto le donne all’aborto, ma lo consente nelle strutture pubbliche in sicurezza per la salute quando la contraccezione ha fallito e non ci siano le condizioni per mettere al mondo, è chiaramente aggredito e messo in contraddizione con il diritto alla vita del feto. La trappola, mortale e infida, arriva dall’uso politico strumentale di una piaga patriarcale che affligge milioni di donne, in particolare in India e Cina, paesi nei quali, oltre all’infanticidio femminile alla nascita, perpetrato specialmente nelle zone più povere, si usa l’aborto selettivo quando si individua il sesso ‘sbagliato’ negli esami prenatali. Chi non è d’accordo sul lottare contro la violenza statale sessista che impone l’aborto nel caso il feto sia femmina? Quale strumento migliore, in questa lotta, della diffusione dell’informazione e dell’educazione sessuale per le donne, e soprattutto per gli uomini, per far sì che la maternità e la paternità siano una scelta libera, consapevole e matura? E invece la risposta a questa domanda retorica è una sola: no. Un no che diventa istigazione ad ammalarsi di aids (contagiando anche le nuove creature nate da madri infette) quando il Papa tuona contro l’uso del profilattico in Africa; un no all’educazione sessuale nei paesi europei, che diventa formidabile volano di ignoranza, regressione e inciviltà nelle parole della deputata Binetti del Pd, preoccupata, del fatto che “dicendo ‘no’ all’aborto, si dica poi ‘sì’ ad una forma di contraccezione che ricadesse su questi Paesi con metodologie diverse che sono esattamente contrarie alla libertà: le politiche sulla contraccezione non devono diventare a loro volta metodi di controllo delle nascite”. Insomma, da qualunque parte la si guardi una donna è sempre una minus abens, e il paradosso è che su questo sono tutti d’accordo, i poteri secolari così come i poteri spirituali, che le vogliono fattrici a tutti i costi. In Italia, però, si ammette che le giovanissime ‘studino’ da escort alla nuova scuola della tv e, che, di conseguenza, date le priorità formative, i frutti già si vedono: si sta allevando una generazione della quale andare davvero fieri. Secondo i risultati freschissimi di un sondaggio della Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia su 1200 ragazzi italiani la metà ritiene l’educazione sessuale ‘inutile’ e per due su tre la protezione nei confronti di gravidanze indesiderate è ‘roba da femmine’. Anche l’aborto, dunque, è roba da femmine, e se loro ‘sbagliano’ perché non tornare ai tempi in cui si rischiava di andare in galera, così, tanto per dare una lezione a queste assassine, anche quando l’aborto sia un triste evento naturale? Lo ricorda, in poche righe, la lettrice di Liberazione Gabriella Macucci. “Cara Liberazione, a proposito delle minacce alla legge sull’aborto, vorrei raccontare una mia esperienza terribile la cui conoscenza possa essere utile alle nuove generazioni. Anno 1970; io e il mio convivente avevamo deciso di avere un figlio, non eravamo sposati. Ebbi un aborto spontaneo e fui ricoverata in clinica per un raschiamento, tutto alla luce del sole. Dopo un po’ fui invitata in questura dove mi dissero che ero sospettata di procurato aborto. Dopo aver tentato confusamente di ‘giustificarmi’, la poliziotta mi comunicò che la richiesta di accertamenti proveniva dal medico provinciale. Venni a sapere che il medico provinciale mandava tutte le nubili che avevano abortito in questura d’ufficio. Mi dissero che era un tradizione. Non mi dilungo, ma mi è ritornata alla mente quell’esperienza atroce, perché temo che possano ritornare quei giorni”.

Maschilismo di Stato, morte della democrazia: Berlusconi si dimetta

Care amiche e cari amici,
con l'appello che vi mandiamo, chiedendovi, se lo condividete, di firmarlo, abbiamo creduto di interpretare un sentimento diffuso di rabbia e impotenza da parte di molte e molti, consapevoli della gravità e complessità delle vicende che hanno al centro il Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, ma anche della debolezza, inadeguatezza di chi vi si oppone a livello istituzionale, ciò che inevitabilmente comporta un grave deterioramento della nostra democrazia.Chiedere le dimissioni di Silvio Berlusconi, e iniziative incisive a tale riguardo, sappiamo che non è risolutivo dei cambiamenti profondi che stanno attraversando la nostra società, ma lo consideriamo tuttavia un modo per uscire dall'acquiscenza generale, per mandare un chiaro segnale: che tutti saranno d'ora in poi sorvegliati da un'opinione attenta, e contrastati. Se siete d'accordo, vi preghiamo di trasmettere la vostra adesione all'indirizzo mail sotto indicato e di inoltrare l'appello a chi di vostra conoscenza ritenete possa aderire.
Grazie e cari saluti
Maria Grazia Campari
Floriana Lipparini
Lea Melandri
 
Per adesioni:
mariagrazia.campari@tiscali.it
oppure
lilianamoro@tiscali.it
 
Maschilismo di Stato, morte della democrazia: Berlusconi si dimetta
 
Con questo appello, intendiamo richiamare l’attenzione pubblica sulla spirale negativa innescata dai comportamenti del ceto politico al potere in Italia: dai gesti quotidiani di disvalore verso il genere femminile si sta arrivando ad un attacco di stampo maschilista contro la stessa integrità delle istituzioni democratiche. In altre parole, si passa da una democrazia incompiuta alla cancellazione stessa della democrazia. Il Presidente del Consiglio è stato colto, infatti, nell’atto di passare da un utilizzo mercificato di corpi femminili per propri svaghi privati, ma giocati in luoghi destinati a fini pubblici, alla attribuzione diretta di cariche ministeriali e parlamentari (italiane ed europee) elargite come riconoscimento al fascino fisico delle candidate. Questo comportamento è stato, da ultimo, anche sostenuto da dichiarazioni pubbliche quali” Gli italiani mi vogliono così...Sono sostenuto da un gradimento al 61%...Porto con me le veline (sulla scena del futuro G8) altrimenti ci prendono tutti per gay..”, insomma, potendo. così fan tutti.
Riconoscere che l’ampio consenso di cui gode tuttora Berlusconi vada attribuito in gran parte al fatto di interpretare modi di pensare e di agire patriarcali, radicati nel senso comune di uomini – e purtroppo anche di donne- non deve diventare un alibi per lasciare in ombra il pericolo rappresentato dalla sua permanenza in una delle più alte cariche dello Stato. Quindi, vogliamo dire all’“utilizzatore finale” di prestazioni femminili che “grandi quantitativi” di italiane e italiani intendono contrastare questo degrado, al medesimo tempo personale e politico- due sfere implicate da sempre, al di là di ogni contrapposizione astratta e funzionale al protagonismo storico del sesso maschile. E' necessario fermare la pericolosa deriva autoritaria di una società che si presenta incardinata sulla esclusione femminile e sulla
disuguaglianza (di sesso, di razza, di condizione) e che sta compiendo il passo fatale: dalla riduzione al potere oligarchico maschile alla completa erosione degli assetti democratici, violando la pari dignità umana di donne e uomini, la libera espressione del pensiero, la libera informazione, la libera competizione nella rappresentanza. Chiediamo a chi si riconosce in questo appello di dare avvio ad un movimento che, partendo dalla conoscenza dei fatti, elabori in forma partecipata azioni incisive tese ad ottenere, come atto primo indispensabile per il rispetto di elementari principi di democrazia e di civile convivenza fra i sessi, le dimissioni di Berlusconi e dei suoi fidi seguaci dalle cariche pubbliche.
 
Maria Grazia Campari
Floriana Lipparini
Lea Melandri

 

Per una manifestazione in difesa della dignità delle donne e degli uomini che amano le donne.

Vi segnaliamo un APPUNTAMENTO LANCIATO
DALLA RETE 194RAGIONI
Vi invitiamo a partecipare.
In allegato un volantino che vorremmo distribuire durante il presidio.
di seguito l’appello di 194 ragioni.

“Per una manifestazione in difesa della dignità delle donne
e degli uomini che amano le donne.

“Ancorchè fossero vere le indicazioni della ragazza ..il
premier sarebbe l’utilizzatore finale e quindi mai
penalmente punibile” (Avv. Ghedini)

Con crescente angoscia stiamo seguendo le vicende dello
scandalo che riguarda il premier Silvio Berlusconi e che
vede coinvolte numerose ragazze e donne. Ma quello che
provoca autentico raccapriccio sono i commenti delle persone
vicine al presidente del Consiglio, Ghedini in particolare,
che parlano di “utilizzazione” della donna e di “donne
gratis in grande quantità”, espressioni che chiaramente
indicano la donna come un oggetto, attrezzo o merce che sia.
Per non soffocare nello schifo, per difendere la nostra
dignità di donne e di uomini che amano le donne, dobbiamo
rialzare la testa e esprimere la nostra indignazione. Il
problema è molto più grave e più ampio e non è una
questione di partiti, è un problema di civiltà e di
educazione sociale.

La parte onesta del paese ha il dovere di dare un segnale,
deve mettere un argine alla marea di fango che ci sta
sommergendo. Le donne che quarant’anni fa scrissero sui muri
“Nè puttane nè madonne solo donne”, le giovani che
rifiutano un clima culturale che le vuole veline e
disponibili, gli uomini che stanno accanto alle une e alle
altre e mai si sognerebbero di considerarle “adoperabili”,
si uniscano.
Parliamo di un triste aspetto della nostra società che ha
responsabilità condivise di uomini e donne, che occorre
denunciare e rivedere tutti insieme, uniti. Non è
occasione per una guerra di generi e nemmeno di parti
politiche.
Invitiamo tutti coloro che sono a Milano
all’incontro/confronto/presidio

__ GIOVEDì 2 LUGLIO, ore 18,30
__ Colonne di San Lorenzo (C.so di Porta Ticinese)”
 


Donne per una difesa del lavoro delle donne